“I dis che ghè in gir la Pagüro:
analisi delle leggende talamonesi”
A CURA DI SIMONA DUCA
Quella della leggenda può essere considerata la forma letteraria più consona ad esprimere la realtà storico-sociale e culturale di un paesino montano quale Talamona.
Numerosi sono gli esèmpi che ancora oggi i ragazzi si sentono raccontare e numerose le occasioni per poterli rispolverare; l’anziano barba o la saggia ameda che, sino ad una cinquantina d’anni fa intrattenevano giovani ed adulti nelle lunghe sere passate nelle stalle, hanno ceduto il posto alla sacrestana della tal chiesina - che ha fama di visionaria -, al casaro in alpeggio o, più semplicemente, al vicino di casa o, infine, al regista della compagnia teatrale dialettale del paese.
Gli argomenti delle leggende talamonesi sono svariati e, fatta qualche rara eccezione, non riportano particolari ricollegabili o paragonabili a quelle delle aree limitrofe. Forse perché argomento ricorrente e tipico è quello della Pagura, la Paura, intesa non soltanto come senso di spavento e terrore, ma personificazione del lato negativo dello spirito umano, di tutto ciò che può ritenersi malefico e che si manifesta nei modi più macabri nella natura e nell’uomo.
Il mondo della leggenda - attraverso la sua ricerca e la sua analisi, il passaggio dal dialetto all’italiano - diventa il filo conduttore di un iter didattico-pratico che porta i ragazzi ad entrare in contatto e a confrontarsi con le tradizionali forme espressivo-letterarie del sapere popolare, con i suoi sistemi di trasmissione (la cultura orale), con i nuovi mezzi e le tecnologie (giornali, libri, teatro, cartone animato e film) grazie ai quali abbiamo la possibilità di riadattare ai nostri tempi e alle nostre sensibilità il patrimonio culturale del passato.
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