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Giudizi della critica sull'arte
di Giovanni Gavazzeni
Vittore Grubicy
Un po' d'arte in Valtellina del 25-07-1896
Parlo di quell'artista semplice, modesto e buono che è il vostro G. Gavazzeni, che ho riveduto il mese scorso nel suo studio, facendo una capatina a Talamona.
E' un'arte la sua che è agli antipodi della mia...
Dall'arte del Gavazzeni emana tale un profumo suggestivo di onesta sincerità, da costituirne una dote supremamente rara in giornata: soprattutto nella categoria di quei pittori pseudo-religiosi, faccendieri sornioni che sanno la trafila per accaparrarsi le grasse ordinazioni di lavori per chiese.
E non solo c'è la sincerità delicata di un misticismo sui generis personalmente sentito, ma è contrafformata altresì da solidi e ben nutriti studi che gli permettono di estrinsecarlo con corretta espressione della forma, con delicata distinzione nel disegno.
Vorrei che vedeste certi cartoni di Madonna col bambino (l'inesauribile e sempre fresco tema deIl'amore materno!) che stanno appesi ai muri dello studio di Talamona; e pagherei ben qualcosa per vederli raffrontati a tele, di genere analogo, confezionati da professori e commendatori, che, qui nella nostra Milano, sanno smaltire dei loro cerotti
a decine di mille lire!
Che suggestione, che fascino, che arte veritiera nei primi e quanto mestierume e fredda abilità nei secondi! Ho visto dei ritratti del Gavazzeni, condotti con la massima sobrietà di tinte, con severità di modellatura nel disegno, raggiungere un grado veramente notevole nell'arte del ritratto. E ciò per l'espressiva penetrazione della fisionomia e per quel certo soffio vitale, che la fotografia - per quanto perfezionata - non raggiungerà mai, ed appunto per questo resterà sempre la prerogativa dell'opera d'arte, che sa sintetizzare con efficacia, sopprimendo le materialità superflue, per meglio farne scaturire il lato intimo, spirituale, che contraddistingue l'una dall'altra persona.
Nell 'ultima mia visita a Talamona lo studio era tutto occupato da una grande pala d'altare, destinata alla chiesa - non ricordo più bene - se di Tirano o di Edolo.
Essa rappresenta la Sacra Famiglia - Maria col bambino e S. Giuseppe che fa una sosta nelle vicinanze d'un fiume, durante la fuga in Egitto.
Una vasta distesa di pianure brulle, flagellate dal sole, a cui fa gradevole contrasto il refrigerante corso d'acqua che scende giù verso chi guarda e verso il gruppo, in cui il buon S. Giuseppe, colle braccia tese verso il bambino, lo vezzeggia, invitandolo a lasciarsi
prendere da lui per dar riposo alla madre, assisa e quasi troneggiante nel convenzionale ritualistico paludamento.
Questa la parte - dirò così - reale della scena.
Ma il Gavazzeni non se n'è contentato: al suo animo dolce e pietoso pareva troppa crudeltà l'esporre il prezioso pargolo, con quelle sue carnine rosee delicate, alla brutale violenza di quel sollione da deserto; ed ha immaginato il mistico intervento d'un numeroso stuolo di vispi e giocondi angioletti svolazzanti, i quali, con l'aria birichina di fare un tiro al maestro, si ingegnano a drappeggiare alla meglio un vasto panneggiamento al di sopra della sacra famiglia per metterla al riparo dei raggi infuocati.
Guardando il quadro a distanza giusta, le due scene - la reale e l'ideale si staccano chiaramente l'una dall'altra, essendochè la prima, trattata con vibrante impasto di colori, viene all' occhio, nella sua massa complessiva con evidenza maggiore; laddove il gruppo fantastico dei cherubini, pur essendo modellato con la più serrata accuratezza, ha un non so che di vagamente circonfuso nell'ambiente aereo, da lasciar subito comprendere essere quella una visione in contrapposto con una scena, se non reale, almeno immaginata come reale.....
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