Giovanni Gavazzeni:
la giovinezza tra Talamona e Bergamo ottava pagina
L’arrivo di simili personalità nel piccolo borgo di Talamona non mancava di provocare curiosità e trambusto trai paesani. “La sua casa [di Gavazzeni]”, ricordava in un’intervista un talamonese, “era posta vicino alla chiesa parrocchiale […] si circondava di un brolo ben tenuto, con vialetti, fontane e alberi da frutta, sempre da tutti guardati da lontano e rispettati […]. Quando poi qualche carrozza di qualche alto personaggio, venuto per farsi ritrarre dal pittore, compariva in paese, era per noi ragazzi un vero avvenimento”.
Nonostante l’autorevolezza riconosciutagli in tutta la Provincia, Gavazzeni non smise di prestare attenzione anche alle esigenze di committenti più umili; infatti, “quando qualche […] contadino voleva abbellire la sua baita rifatta in montagna, era suo orgoglio poter invitare il pittore ad affrescarla. E il semplice e buon artista si adattava di buon grado ad accontentarlo e come compenso poteva bastare una buona polenta taragna”. Così, presso località Fòpa Barlascini è ancora possibile rilevare traccia di una Sacra Famiglia, o presso Cà dul Martul un San Carlo Borromeo.
Un forte senso civico e un profondo interesse per la tutela del patrimonio storico artistico, spinse Gavazzeni ad entrare a far parte del Comitato Archeologico Provinciale, una sorta di commissione per la conservazione dei monumenti in Valtellina. Oltre a stendere, nel 1905, un manoscritto intitolato Breve cenno sulla vita dei principali artisti valtellinesi attualmente andato perduto, egli realizzò uno studio scritto a quattro mani con il poeta e letterato Guglielmo Felice Damiani.
Tale lavoro, intitolato Per la storia e per l’arte della Valtellina e pubblicato sulle pagine del periodico "La Valtellina" nel 1900, avrebbe dovuto prendere in esame le maggiori opere d’arte conservate nell’intera Valtellina; in realtà, questa antesignana catalogazione dei principali monumenti valligiani si limitò alla Bassa Valle, in particolare dalla zona che va da Piantedo a Buglio con l’omissione della Valle del Bitto e di Albaredo.
Il suo rapporto con Felice Damiani iniziò quando l’artista morbegnese era ancora giovanissimo. “Poiché da ragazzo”, ebbe modo di ricordare lo stesso poeta, “avevo la cattiva abitudine di scombiccherare libri e pareti mettendo non so qual passione a riprodurre, a mio modo, i dipinti contemplati durante la messa, mia madre una domenica di novembre del 1885 mi condusse dal pittore a Talamona. Penna [sic.] non significa il sacro turbamento che io provai entrando nella casa dell’artista buono e severo: egli dipingeva taciturno nell’ampia sala; fuori, nel cielo grigio era imminente la neve e rabbrividivano al vento i ramicelli stecchiti dei meli nell’annoso frutteto. Non rammento più che cosa dicesse mia madre al pittore; soltanto mi riveggo, poco dopo, seduto a fianco del maestro, davanti a un cavalletto, intento a disegnar occhi d’ogni genere: di profilo, di prospetto, di sbieco, in inscorcio, aperti, socchiusi […]. Non osavo muovermi, e lavoravo con intensità vertiginosa. Dopo qualche ora alzai gli occhi e diedi uno sguardo furtivo all’opera del maestro”.
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