“… noi abbiamo facoltà di fare e disfare a nostro talento”
Un appello del pittore Giovanni Gavazzeni contro la demolizione
dell’antica chiesa parrocchiale (1894) prima pagina
(Articolo tratto da "Il Talamonese" - Dicembre 2005)
A CURA DI GIANPAOLO ANGELINI
Si è da poco concluso, con l’inaugurazione dei nuovi battenti lignei della facciata, il restauro delle fronti esterne della chiesa parrocchiale, preceduto nel 1998 da quello della torre campanaria (1).
Le vicende relative alla sua costruzione attendono ancora un’esposizione esauriente, fondata su uno spoglio razionale della documentazione grafica e d’archivio, nonostante alcune ricerche siano state effettuate in occasione dell’inizio dei lavori di restauro nel 2001 (2).
Su questa mancanza ha sicuramente pesato un pregiudizio alimentato dal rammarico per l’inconsulta demolizione della preesistente chiesa cinque-settecentesca, dichiarata “di importante interesse” nel 1912. A rigore il monumento non poteva essere alterato nelle sue strutture e decorazioni senza preventiva domanda di autorizzazione alla Soprintendenza ai Monumenti di Milano, domanda che non venne mai inoltrata. La fabbriceria e il parroco procedettero nella nuova costruzione pur sapendo che essa avrebbe inevitabilmente implicato il parziale smantellamento della vecchia chiesa. Nel 1925 si provvide allo strappo degli affreschi cinquecenteschi, operazione delicatissima eseguita con troppa fretta da un certo Volonterio di Milano.
Questi adottò la tecnica dello strappo invece di quella più idonea e rispettosa dello stacco, tanto che pochi anni dopo venne chiamato a rimediare il restauratore Pelliccioli, indicato dal soprintendente. Poco dopo, un sollecito intervento del prefetto di Sondrio indusse la Soprintendenza ad autorizzare i lavori di demolizione per altro già conclusi. Con buona pace degli studiosi e degli appassionati, il parroco Cusini ebbe anche cura di disfarsi di molti oggetti artistici recuperati dalla vecchia chiesa.
Sino ad ora si credeva che la storia della demolizione della chiesa parrocchiale non risalisse indietro nel tempo oltre l’inizio del XX secolo.
In realtà le prime intenzioni di costruire un nuovo edificio datavano già dai primi anni Novanta dell’Ottocento, quando alcune testimonianze giornalistiche, di cui diamo per la prima volta notizia, registrano le “velleità di ampliamento assurdo che si è ficcato in testa il parroco, senza alcun bisogno, colla conseguenza però di dover abbattere una parete che porta un pregevole affresco antico” (3).
Queste ultime parole si leggono in un articolo in forma di lettera apparso nel 1891 a firma di un illustre critico e pittore milanese, Vittore Grubicy de Dragon, giunto in quell’anno a Talamona per far visita a Giovanni Gavazzeni. Grubicy, dopo aver ammirato a Milano in casa di un magistrato, suo carissimo compagno di collegio e di studi, “un piccolo dipinto a olio, che con deliziosa semplicità di colorazione e sentimento molto intenso di vita, ritraeva le gentili sembianze d’una giovinetta”, e dopo aver appreso che l’autore di quel quadretto era il nostro Gavazzeni, aveva deciso di recarsi direttamente a Talamona per visitare lo studio del pittore.
Era stato senza dubbio Gavazzeni a informare Grubicy delle cattive intenzioni del parroco di ampliare la vecchia chiesa. Ci sembra pertanto di poter riconoscere nel pittore talamonese l’anonimo “Amante dell’arte” che nel 1894 firma un articolo dal titolo molto eloquente: Vandalismo (4), del quale riportiamo un estratto:
“A Talamona evvi la Chiesa parrocchiale che data da origine antica, ma che fu variata felicemente in diverse epoche, cioè, il corpo inferiore sullo scorso del 1500 e la parte superiore, quella del coro, sul finire dello scorso secolo [XVIII secolo], come lo indica un’iscrizione esistente in sagrestia. Lo stile della Chiesa è d’ordine composto avente abside, tazza sopra il presbitero, e la navata unica della Chiesa ampia ed a vele: il tutto ha linee e proporzioni eleganti e corrette e di bellissimo effetto, se ogni cosa fosse meno sudicia. A corredo di ciò poi tre altari sono ornati a stucco dal celebre stuccatore Silva comense, il quale eseguì ornati d’un gusto suo proprio che lo distingue per uno dei migliori stuccatori lombardi del 1700 e di cui la Valtellina possiede diversi notevoli lavori.
|